Per gli italiani il cibo ha un alto valore socio-culturale, ma i ritmi frenetici e la scarsità di tempo stanno fortemente condizionando la loro relazione con la tavola. Situazione che emerge chiaramente a pranzo…

Nell’ultimo decennio l’impatto della crisi sui consumi alimentari domestici ha conferito alla ristorazione un peso ancora maggiore. Essa assume oggi una posizione rilevante, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche in termini qualitativi.

Secondo recenti dati Istat, i consumi nella ristorazione sarebbero in crescita (+5,7%, pari a 4 miliardi di euro) mentre quelli domestici in diminuzione. Dati incoraggianti per gli esercenti del Bel Paese, che si attesta come terzo mercato della ristorazione in Europa dopo Regno Unito e Spagna, con un valore di oltre 80 miliardi di euro.

Cosa sta succedendo? Cosa governa l’equilibrio tra consumi in casa e fuori casa? I nuovi stili di vita. Infatti, se il cibo rappresenta ancora un alto valore culturale e un’importante esperienza sociale (il 44,6% degli italiani vivono ancora il momento di mettersi a tavola come un’occasione di relax, per riunirsi), è pur vero che la scarsità di tempo sta fortemente condizionando la stessa relazione con il cibo. Situazione che emerge chiaramente a pranzo, quando nella maggior parte dei casi la pausa è troppo breve per poter tornare a casa a cucinare.

Ma mentre per la cena al ristorante gli italiani sono ancora disposti a spendere (lo scontrino medio per persona ammonta infatti a 31 euro), per il pranzo gli italiani sono molto più attenti, in particolare nei giorni feriali.

Il pranzo infrasettimanale

 

L'11,3% del campione intervistato dall’Istat pranza fuori casa tutti i giorni, l’66,7% dichiara invece di consumare il pranzo fuori casa una o due volte al mese. Un italiano su 4 afferma che il consumo fuori casa in occasione del pranzo è aumentato, mentre nel 59,4% dei casi è rimasto invariato tra il 2017 e il 2018.

Interessante l’analisi delle location di consumo: il 39% indica il bar come luogo preferito per trascorrere la pausa pranzo nei giorni feriali. Una quota simile (36,7%) di italiani sceglie, invece, il ristorante, trattoria od osteria.

Veniamo alla spesa. Una quota minima di italiani (1,2%) è disposto a pagare oltre 30 euro; occorre precisare però che, trattandosi di average e low consumer (consumatori moderati, con bassa frequenza), è facile presumere che pranzino fuori casa durante la settimana per motivi di convivialità e non di reale necessità.

pranzo fuori casa
pranzo fuori casa

Chi invece è “costretto” a consumare il pranzo infrasettimanale fuori casa, spende in media 11 euro. La metà degli intervistati precisa che il proprio scontrino medio in pausa pranzo è ancora inferiore: tra i 5 e i 10 euro.

Vi sono poi eccezioni e differenze: quasi il 50% di chi ha età compresa tra 35 e 44 anni spende ben più di 11 euro per pranzare; stessa cosa vale per il 43,3% dei consumatori del Sud. Le donne, più degli uomini, sono attente alla spesa e indicano come tetto massimo per il pranzo 10 euro (63,1% contro il 59,8%).

Ma cosa mangiano gli avventori del mezzogiorno? Il primo piatto è l’alimento che compone in prevalenza il pranzo di chi mangia fuori casa nel corso della settimana (54,7%) in particolare per gli uomini (61%). Il pranzo nei giorni feriali si compone invece di un secondo piatto per il 38,7% degli intervistati o di un contorno per il 38,5%. 

Food delivery, una nuova consuetudine

Dai tempi dell’asporto delle pizzerie in città, il panorama italiano è certamente avvezzo alla consegna di cibo a domicilio. Quel che è nuovo è invece è l’esistenza di un servizio di delivery basato prevalentemente sull’uso di app, che permettono ai consumatori di scegliere e ordinare online, da una rete sempre più ampia di ristoranti, piatti che vengono trasportati nel giro di pochi minuti in case e uffici.

In altre parole, l’innovazione sta nella gestione del servizio della consegna che, grazie alla tecnologia, permette di ottimizzare i tempi e di conseguenza di mantenere al meglio le caratteristiche organolettiche dei piatti ordinati.

Perché si usa il delivery

La scarsità di tempo a disposizione e l’abitudine a cucinare sempre meno si riflettono nel ricorso a piattaforme di food delivery. Infatti, secondo un’indagine Fipe, chi ricorre a questi canali lo fa quando non ha voglia (34,5%) o tempo (31,5%) di cucinare.

Chi utilizza il food delivery

Dal punto di vista anagrafico la presenza dei giovani è prevalente. Un dato intuitivo, frutto della maggiore propensione generazionale all’utilizzo della tecnologia.

Non si rilevano invece differenziazioni significative dal punto di vista del genere: il food delivery viene utilizzato sia da uomini che da donne.

pranzo fuori casa

Quanto alle aree geografiche, il food delivery è sviluppato molto più al Nord che al Centro e al Sud del Paese. In particolare, nel 2018 la Lombardia si è confermata la regione con più utilizzatori di food delivery. Un altro dato intuitivo, dato da evidenti fattori socio-culturali ed economici: il maggior tasso di occupazione, la presenza significativa di persone single, la dimestichezza con l’utilizzo della moneta elettronica, hanno senz’altro influito su questo risultato.

Cosa mangia chi utilizza il food delivery

I cibi più ordinati nell’ultimo anno sono stati i Poke Bowl (ciotole di pesce crudo), ma rimangono in cima alla classifica delle ordinazioni anche gli hamburger con patatine, la pizza, il sushi e i ravioli asiatici.

Ora, il 2019 mostra già alcuni trend che potrebbero cambiare le abitudini gastronomiche degli italiani: il veg meat, beyond burger, la cucina birmana e filippina, la curcuma e il gomasio, ma anche semi di canapa e poi frutta, nello specifico cocco e dragon fruit.

pranzo fuori casa

L’opportunità per gli esercenti

L’offerta sulle piattaforme di food delivery dimostra che ci sono ampi spazi di inserimento per il food delivery della tradizione italiana, in questo momento un passo indietro rispetto all’Europa.

Una scommessa che si può vincere investendo sulla digitalizzazione, sull’innovazione tecnologica lungo la filiera, sull’evoluzione strategica dei modelli di business. E non ultimo, sulle nuove frontiere del digital marketing e della logistica.

L’intento è quello di raggiungere un’integrazione sempre più stretta tra canali off e on-line, per innalzare il momento dell’acquisto di cibo a vera esperienza. Questo sarà possibile grazie anche alla proposta di nuovi servizi come chatbot (assistenti digitali in fase d’acquisto) e metodi di pagamento che permettano di chiudere un ordine in maniera semplice e rapida.

D’altro canto, la crescita del comparto è lampante: oggi il valore del mercato di piattaforme come Deliveroo, Glovo, Just Eat, Social Food e Uber Eats, è 350 milioni di euro, con una crescita del 69% tra il 2017 e il 2018. Ecco perché il food delivery è un servizio che ogni ristoratore dovrebbe sfruttare per ampliare la propria clientela e aumentare il fatturato, nell’esatto momento in cui l’utente finale lo richiede. Perché a volte, la tempistica è tutto.

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